Più vicini che mai

Pare che quello dei vicini di casa stia diventando un tema (tema, attenzione!! seguire il video prego) ricorrente e vorrei dedicare ai libri “condominiali” un video proprio questa settimana, in uscita venerdì!

Ma torniamo a noi e a questo libro che è Più vicini che mai di di Hélène Lasserre e Gilles Bonotaux edito da orecchio acerbo con la traduzione di Paolo Cesari, il secondo degli stessi autori che avevano scritto Meravigliosi Vicini, in pratica siamo incappati in una piccola saga illustrata di condomini quantomeno particolari.

Nonostante ci sia un narratore in prima persona, il protagonista assoluto di questo albo, così come del precedente, è il palazzo. Un palazzo abitato da ogni tipo di animale vero o immaginario che sia, tutti in armonia, tutti accolti ed accoglienti. Non ci sono gerarchie di predatori e predati, il mondo naturale ed animale è completamente estraneo da questo condominio in cui è vero che ci sono per lo più animali e che vengono assecondati nelle necessità logistiche-ambientali – pensate all’appartamento della piovra che è ovviamente un acquario e che poi verrà adibito a habitat per i pinguini con tanto di mobilio di ghiaccio (compreso il camino…) – ma le dinamiche sono completamente umanizzate.

Quello che Più vicini che mai, così come già prima Meravigliosi vicini, mette in scena è un’utopia. Un’utopia tutta umana, il non luogo dove in conflitti si ricompongono e tutto va bene perché si è in una comunità. Una specie di social housing di altissimo livello e soprattutto vero, non tirato e non radical chic che è il peggio che possa capitare!

L’albo è gremito di dettagli e personaggi e come deve accadere in questi casi il lettore viene sollecitato da un lato a cercare e trovare ciò di cui il narratore parla, in primis lui stesso che ci mettiamo un po’ ad individuare tra i tantissimi che girano nel condominio; dall’altro a perdersi tra le piccole figure e le minime storie che gli appartamenti in sezione ci lasciano intravedere.

Quante volte potremmo riscrivere questa storia raccontandola da un altro punto di vista? Potremmo fare questo gioco in classe con i bambini? Scegliere un personaggio diverso e seguire il suo sguardo, rendere il palazzo protagonista anche della focalizzazione che racconta in prima persona oppure, ancora, diventare noi narratori onniscienti che disegnano l’intera scena?

Credo che il vero valore di questi libri, ovviamente dobbiamo essere a questi livelli qualitativi, sia proprio l’educazione dello sguardo, un’educazione silenziosa, non indotta ma dedotta, giocata, attraversata da ogni lettore a proprio modo. Una educazione al punto di vista, ovvero un’educazione all’umanità che qui si chiude anche con un invito che non si può non accogliere e far propria la chiusa: a presto a casa vostra, che molto ricorda l’utopia piena di speranza dell’anno prossimo a Gerusalemme della pasqua ebraica!

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