Caro Mr. Henshaw

Caro Mr. Henshaw,

Ho letto il libro che quel bambino, Leigh (si legge Lii) Bottos ha scritto per te, o forse con te… Be’, l’ho letto e mi è piaciuto moltissimo, volevo ringraziarti e chiederti se posso raccontare quanto è bello questo libro così magari lo leggono anche altri lettori e altre lettrici.

Immagino che dirai di sì quindi scriverò di Caro Mr. Henshaw di Beverly Clearly (ma io e te sappiamo che il vero autore è Leigh) che in Italia è stato pubblicato con la bellissima traduzione di Susanna Mattiangeli da Il Barbagianni.

La tua lettrice di secondo grado

Roberta

Caro Mr. Henshaw,

la maestra ha letto alla classe il tuo libro sul cane. Era buffo. Abbaiamo riso tanto.

Il tuoamico

Leigh Botts (bambino)

Così si apre Caro Mr. Henshaw di Beverly Cleary con la bellissima traduzione di Susanna Mattiangeli edito da Il barbagianni che si rivela sin da queste primissime righe, in quel abbaiamo riso invece di abbiamo riso che gioca in traduzione con l’espressione originale “we licked it”: la traduzione ha scelto di riprendere e modificare un verbo che però richiamasse la presenza del cane!

Che cos’è questo libro? Be’ direi che come forma, ovvero come genere, è una piccola rarità: non se ne vedono infatti moltissimi di romanzi epistolari in giro di questi tempi. E’ un romanzo epistolare in cui abbiamo solo le lettere di uno dei due personaggi in relazione: leggiamo sempre le lettere di Leigh mai quelle di Mr. Henshaw. Sappiamo, di riflesso dai contenuti delle lettere di Leigh se Mr. Henshaw, che è un grande scrittore per ragazzi, ha risposto alle lettere del suo fan numero 1, come Leigh si firma in una delle sue tante lettere. Non sempre lo scrittore risponde e, soprattutto, non sempre le risposte che manda a Leigh piacciono al suo lettore. Quando il bambino gli scrive, per corrispondere ad un compito scolastico, una intervista con una serie di domande, Mr. Henwshaw risponde ma insieme alla risposta invia a Leigh almeno altrettante domande provocando nel bambino un profondo disappunto ed un’arrabbiatura che sentiremo risuonare in molte lettere e soprattutto nelle firme.

Ecco, fatemi aprire una parentesi: prestate attenzione alle firme quando leggerete questo libro – perché lo leggerete, lo so! – ogni volta Leigh si firma in maniera diversa, ed ogni volta dalla firma abbiamo la temperatura emotiva non solo della lettera ma dell’anima del bambino che sta scrivendo.

Il carteggio si infittisce e Leigh, che è un bambino saggio e rispettoso, capisce che non può scrivere così di frequente al suo autore preferito e che tuttavia ha bisogno di scrivere a qualcuno, gli stanno capitando un sacco di cose, e non proprio belle: dalla povertà in cui si trova a vivere, alla separazione dei genitori, al ladro di pranzi che gli ruba il pranzo a scuola tutti i giorni ecc. ecc. E’ così che Leigh accetta sia il consiglio di scrivere tenendo un diario, invece di scrivere lettere, sia quello di scrivere il diario facendo finta di scrivere lettere a Mr. Henshaw che infatti diventa Mr. Henshaw-Per-Finta almeno fino a quando Leigh avrà bisogno di questa finzione narrativa per riuscire a scrivere.

Come sempre non sono qui per svelarvi le trame degli intrecci del libro, quelle le scoprirete da soli/sole però sono come sempre qui per vedere insieme cosa c’è in questo romanzo: forse l’aspetto che più mi ha colpita è quello della costruzione di questa relazione tra il bambino e lo scrittore, una relazione a distanza e impari che riesce a diventare vitale per il bambino (chissà se anche per Mr. Henshaw di cui non sentiamo mai la voce). La scelta del romanzo epistolare è perfetta per questa narrazione che di fatto è un soliloquio ma un soliloquio in cui il mondo esterno entra con forza a modulare e guidare le lettere e la scrittura del bambino. In questo senso il libro mi ha portato alla mente il bellissimo, e introvabile (speriamo qualcuno lo ripubblichi) Amo quel cane di Sharon Creech.

Caro Mr. Henshaw è anche, se vogliamo, una specie di vademecum per giovani scrittori, un confronto tra scrittori, uno grande in tutti i senti e uno piccolo in tutti i sensi, che porta alla costruzione della consapevolezza della scrittura. Come si scrive, perché si scrive, cosa si scrive… l’elemento metanarrativo di questo romanzo è prepotente e imprescindibile, sovrasta tutti gli altri elementi a mio parere benché, apparendo come una “giustificazione” stessa della scrittura potrebbe passarci sotto gli occhi senza notarla molto. Quello che sicuramente notiamo è l’evoluzione nelle “confessioni” che Leigh affida al suo diario, la tristezza per una vita familiare che si sgretola, per un padre che si dimentica di chiamarlo, per una madre che deve star fuori a lavorare tutto il giorno, per una casa minuscola in cui non c’è neanche la tv funzionante e quindi si è costretti a passare il tempo scrivendo… (non ci resta che togliere le tv da tutte le case se questo è il risultato!)

Eppure se tutto questo prende forma è proprio perché c’è la costruzione metanarrativa che tiene botta quella che parlando di scrittura la costruisce e mettendosi alla prova, alla fine racconta.

Il testo è interpuntato da delle belle illustrazioni di Vittoria della Torre mentre la bellissima copertina è di Maria Gìron e sono lì entrambi a ricordarci che i libri devono essere BELLI! In questo caso abbiamo anche un testo ad alta leggibilità che non guasta mai e che anzi secondo me dovrebbe diventare “d’obbligo” nei libri per ragazzi.

Caro Leigh (bambino),

ho letto le tue lettere e il tuo diario, qualcuno ne ha fatto un libro, credo tu lo sappia già, ma insomma mi faceva piacere dirti che l’ho letto e mi è piaciuto proprio tanto e spero che tante ragazze e tanti ragazzi lo leggeranno!

Sinceramente tua

Roberta

Teste fiorite