The giver – il figlio

Quando si parla delle serie, delle saghe (e vi rimando al video per scoprire la differenza tra le due) – l’avrete notato anche voi – spesso si racconta l’inizio, qualche volta si accenna alla fine, ma i libri successivi al primo spesso tendono a sparire dalle recensioni ecc. Ecco questa cosa non può e non deve secondo me accadere per la saga di The Giver di Lois Lowry edita prima da Giunti e ora da Mondadori, in cui ognuno dei 4 romanzi merita un discorso a sé e in particolare il quarto, Il figlio, richiede di soffermarci un pochino su che cosa è questo libro e cosa è nel suo complesso questa saga da cui è stato anche tratto un film che, posso dirlo?, non mi è piaciuto per niente.

La prima cosa che colpisce secondo me dei quattro romanzi di The Giver è che nei primi 3 si ha la sensazione di avere a che fare con 3 storie distinte, verso la fine del secondo e del terzo si inizia a comprendere che ci sono dei legami questi libri e il primo però le narrazioni sono talmente centrate su mondi completamente diversi da quello che con buona probabilità ci aveva catturato nel primo romanzo che faremo fatica a intravedere il filo della narrazione che continua dall’inno all’altro. L’architettura dei quattro romanzi infatti è tale da diventare completamente intelligibile solo nel quarto e ultimo libro in cui il protagonista è quel neonato, Gabe, che Jonas, protagonista del primo romanzo, si è portato via dalla fuga dal suo paese perfetto e incolore.

Quando Il figlio si apre, con una pagina di forza e violenza magistrali (una ragazzina di quattordici anni che sta per partorire e viene bendata per non vedere il “prodotto” del suo parto) siamo di nuovo, e mi verrebbe da dire finalmente, nell’ambientazione del primo romanzo, in quella comunità perfetta e asettica, agghiacciante, in cui nessun legame affettivo è consentito, in cui nessuno ha memoria dell’esistenza dei sentimenti e delle emozioni, sono tutti sotto effetto di farmaci che impediscono ai sensi (tutti i sensi) di fare il loro lavoro e sentire! Quando si apre il romanzo Claire ha 14 anni e sta partorendo, bendata, il suo parto non va bene, il bambino si salva ma lei non sarà ritenuta adeguata al ruolo di partoriente che le era stato affidato e verrà spostata al reparto alimentare, a controllare la coltura di pesci. Claire dopo il parto non viene seguita e nessuno si accorge, nello spostamento di ruolo, che non le è stato ordinato di riprendere le pillole e Claire inizia a sentire, inizia a sentire la nostalgia di quel qualcosa che aveva in pancia e che le avevano portato via. Tutto il resto del romanzo è costituito dalla fuga di Claire e da tutta la sua lotta, fisica e psicologica, per ritrovare il figlio che aveva parso.

Qui vi lascio in sospeso perché il come ritroverà Gabe e il cosa accadrà dopo è tutto da scoprire e vale la pena goderselo.

Mi soffermo però solo su due aspetti di questo romanzo e degli altri che mi hanno colpito particolarmente e che credo costituiscano la cifra stilistica più interessante della scrittura della Lowry in questa prova di forza che è The giver nel suo complesso.

Innanzitutto noterei il ritmo: più ancora del plot è il ritmo della narrazione che colpisce. La Lowry si prende un tempo rallentato per farci entrare nelle situazioni, nell’ambientazione, nei personaggi, tanto più che ogni romanzo, incluso il quarto, si svolge in un contesto sociale completamente diverso in cui ci vuole del tempo per entrare. Anche nei momenti di prova più difficili per i 4 personaggi protagonisti (4+2 direi) dei 4 volumi il ritmo rallenta per farci sentire tutta la fatica di quella lotta, il tempo che essa impiega e le energie che sottrae a chi la intraprende. Questa è una scrittura che prende forma e respiro diverse a seconda della situazione narrata e sa adattarsi tanto alle esigenze del personaggio che a quelle del lettore che forse a tratti può sentire un po’ la stanchezza del ritmo lento ma è esattamente l’effetto voluto per far sentire la stanchezza del personaggio.

In secondo luogo, molto semplificando e rinunciando a tanti altri aspetti su cui ci si potrebbe soffermare con piacere, insisto sulla impossibilità di costringere questi libri in un genere, The giver ha senz’altro l’elemento della distopia, su cui ho ragionato un pochino nella recensione al primo libro, Il donatore, e in parte anche quello della fantascienza, ma il suo sapersi muovere in un tempo contemporaneo, quasi sincronico, tra condizioni sociali talmente diverse da sembrare di portarci in uno sbalzo temporale dal futuro al passato antico e ritorno, sottrae secondo me questi romanzi a qualsiasi tipo di definizione. Non siamo di fronte ad una saga di genere bensì ad una saga d’autore, i romanzi non si fanno prendere né ingabbiare, il lettore deve essere pronto a tutto e questo è bellissimo!

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