Dolce come un cetriolino lindo come un maialino

Dolce come un cetriolino lindo come un maialino di Carson McCullers con le illustrazioni di Rolf Gérard edito da Bompiani, già il titolo promette bene, a me sembra, proviamo insieme a sfogliare questa raccolta di poesie che dal 1964 ci raggiunge finalmente con la traduzione di Ilaria Rigoli.

Dolce come un cetriolino lindo come un maialino è la poesia di apertura della raccolta che, come da tradizione poetica, dà il nome all’intera raccolta, una poesia di apertura che necessariamente ha un valore programmatico anche se poi scopriremo che l’insieme di poesie ci porta su una strada che non è esattamente quella segnata dal componimento di apertura.

La prima poesia infatti gioca con le parole, per dirci una cosa molto chiara: questa raccolta di poesie, anzi queste poesie parlano la lingua dei bambini e delle bambine, riproducono i loro giochi di parole, le loro domande, il loro modo di sentire. E’ una dichiarazione di presa di posizione, da che parte sta McCurrel e da che parte stanno le sue poesie? Da quella dei loro piccoli lettori e lettrici, senza intenti moralistici, educativi o di chissà quale altra natura adulta. Si riporta qui fedelmente l’ampiezza e la varietà del sentire bambino che spazia dai giochi di parole, alle domande quotidiane, alle festività più attese del calendario ecc.

Se volessimo analizzare questa raccolta di poesie sotto altri punti di vista, ad esempio sociologici o storici, ci renderemmo subito conto che qui dentro si respira aria americana, siamo intrisi di cultura americana degli anni Settanta e della quotidianità di una famiglia di quelle che possiamo incontrare in tanti film americani. Ma non è questa la strada che voglio prendere, naturalmente, a me interessa capire come e cosa le poesie trasmettono ai lettori e alle lettrici piccoli e giovani e quindi entrare nella forma di questi versi liberi che, ad esempio, hanno una focalizzazione interessante in prima persona.

Chi scrive è un bambino che parla di sé, del proprio modo di sentire, delle proprie paure e domande, a chi lo prende per fifone perché non avrebbe il coraggio di andare sulla luna ribatte, in versi, “però pensavo solo che se va prima papà / io non avrei paura a volare fin là”. Pensieri, paure, interessi e interrogativi di un bambino diciamo dell’età della fine della primaria, più o meno, ecco a cosa danno forma i versi di McCuller con l’aggiunta della finzione narrativa della scrittura in prima persona.

Il primo componimento in questo senso sembra ingannarci, con me l’ha fatto almeno, perché sembra aprire immediatamente una strada verso il nonsense, l’assurdo, il gioco di parole – strada che per altro avrei amato moltissimo – e invece no, la strada che prende la raccolta Dolce come un cetriolino lindo come un maialino è quella di una panoramica ampia dell’immaginario infantile in cui certo c’è l’elemento del nonsense che il poeta riconosce per primo, ma non è esclusivo, non è solo, forse permea un po’ tutto ma lascia spazio a moltissime poesie decisamente di impostazione o di ispirazione concreta e realistica.

Chiudo che il primo componimento, diciamo anche pure il primo verso che dà il titolo alla raccolta, potrebbe essere molto utile anche a definire la differenza tra l’uso assolutamente improprio e da evitare dei diminutivi nella scrittura per bambini e bambini, e quello che invece ha un suo senso scelto nel contesto per suono e senso.

Chiude la raccolta una poesia che ci riporta quasi là dove eravamo partiti: “Abracadabra kadabra kazam” compie il legame tra il reale e l’immaginario sfruttando il potere delle parole magiche e dell’immaginario fantastico.

Buona lettura!

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